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 GIU’ IL SIPARIO! di Mario Corcetto

 
“Nun batti a li muonici ca Sant’Antonio si ni pava!” L’avevate mai sentito questo detto popolare?  Spesso mio nonno mi diceva: “Non offendere la chiesa  né i suoi membri perché al Cielo questo dispiace e immancabilmente la punizione divina si abbatterà su di te. Subito!”. Sembra  che questa fosse l’unica interpretazione del detto e il conseguente insegnamento da trarne, senza che, per estensione, potesse  anche considerarsi  un monito volto alla difesa dei deboli in generale.
Pare che l’origine di questo adagio sia legata a questo misterioso evento: una volta un frate del convento montecalvese di Sant’Antonio, in giro per la cerca, fu convinto da un contadino a lavorare il suo campo per una intera giornata con la promessa di una sostanziosa offerta per il convento. Al termine della giornata di lavoro il contadino si rimangiò la promessa negando al frate ogni compenso, sostenendo di non aver mai visto “La statua del Santo mangiare!” La notte successiva Dio mandò S. Antonio presso l’abitazione del furbo contadino per punirlo. Il Santo (o qualche sicario, o qualche marito tradito, o chissà chi con addosso il saio) gliene suonò di santa ragione, fino a convincerlo a dare al convento ben oltre quanto promesso al frate.
Or mi sovviene un altro racconto di mio nonno: una volta un prete montecalvese chiese un po’ di grano per la sua parrocchia a dei contadini che stavano trebbiando. I contadini glielo negarono. Il prete si allontanò da loro contrariato bofonchiando qualcosa. Nel giro di pochi minuti sull’aia dove stava avvenendo la trebbiatura si abbatté un violento temporale che rese impossibile la prosecuzione del lavoro (allora si separava il grano dalla pula con un attrezzo chiamato “ventilabro” e tale operazione richiedeva che i due elementi, grano e pula, fossero perfettamente asciutti). Subito affiorò nei contadini il sospetto che si fosse trattato di una punizione divina per il diniego opposto al prete. Uno di essi si avviò sulle tracce di quest’ultimo per raggiungerlo ed offrirgli quello che gli era stato negato prima. Dopo un breve tratto di strada il contadino trovò il prete intento a recitare preghiere lette da un misterioso libro nero (il breviario!). Tanto bastò a confermare i dubbi prima affiorati: “Il ministro aveva invocato ed ottenuto da Dio la giusta punizione per quei contadini così avari!”
Queste storie offrono un chiaro esempio di quale fosse l’idea di Dio radicata nei fedeli montecalvesi. Un Dio  percepito a immagine e somiglianza dell’uomo, con le sue stesse logiche, gli stessi limiti e le stesse pulsioni. Forza sovrannaturale che, gelosa delle proprie prerogative e di quelle dei suoi ministri, approfitta della propria superiorità per affermarsi tra gli uomini ed estorcerne il rispetto anche con la forza.
Tale distorta percezione della Divinità non di rado era colpevolmente avallata anche da qualche superficiale predicatore che, facendo di tutto pur di orientare “pro ecclesia” la pietà popolare, arrivava a descrivere l’Onnipotente non tanto come quella inesauribile fonte d’Amore Universale speso per la redenzione dell’umanità e spinto fino al supremo sacrificio del Suo unico Figlio, quanto come forza capace anche di far del male se non rispettata.
Non deve stupire, quindi, che i Santi fossero percepiti quasi come giannizzeri di Dio, sensibili alle ricchezze materiali (“li soldi appizzichinu mmani a li santi”), pronti a vendere i propri servizi di “intermediazione” al migliore offerente. Divinità minori che si potevano mettere finanche in debito con cospicue offerte di denaro o di beni immobili (ti do un milione ma tu mi devi fare la grazia!). Dei che gradivano l’umana sottomissione, meglio se spinta fino all’annullamento di ogni personale decoro. Per cui, per grazia ricevuta o per invocare l’intercessione per quelle desiderate, non era raro vedere gente scalza che accompagnava le statue dei santi in processione o, peggio ancora, fedeli che si avvicinavano agli altari camminando carponi e strisciando la lingua per terra. Autentica bestemmia contro quel Dio che il Vangelo ci presenta come attento e rispettoso delle dignità dell’uomo, di ogni uomo, dall’istante del suo concepimento fino alla conclusione sua esperienza terrena
A Montecalvo la grandezza di un santo non veniva misurata tanto in relazione alla sua esperienza di Dio o alla sua capacità di incarnare sulla terra il messaggio cristiano, quanto al numero di miracoli attribuitigli.
L’espressione popolare “a li bote lu Santu fesso fa chiove” (per dire che dove non era riuscito il taumaturgo potente era intervenuto proficuamente il santo minore, dal quale non ci si aspettava granché) lascia intuire che fosse addirittura definita una graduatoria tra i santi locali. Ovviamente, neanche tale blasfema classificazione veniva contrastata con la dovuta energia dal clero del posto, probabilmente perché ritenuta funzionale al prestigio della propria parrocchia, se non addirittura utile alle casse della stessa, visto che, come si dice?,  “ogni predica esce a denari”…
Espressione che prosaicamente ricorreva (e ricorre) sulla bocca della gente, probabilmente perché racchiudeva un fondo di verità (vox populi, vox dei!). D’altronde il numericamente nutrito clero montecalvese doveva pur sostenersi, peraltro in un epoca in cui ancora non c’era l’otto per mille!
Ho letto sul sito irpino.it quasi un panegirico su un brillante predicatore montecalvese so invece, da racconti sentiti da chi ben lo conosceva, che questi usasse misurare l’efficacia della propria predicazione dalle lacrime fatte versare ai “mamozzi” (come lui beffardamente definiva gli umili fedeli) dei paesi vicini, dove spesso teneva le sue prediche. Sembra che il suo “parlare di Dio” fosse per lui attività altamente remunerativa. 
Risulta, però, che gli appelli al buon cuore fossero rivolti anche ai potenti, alla cui generosità si ricorreva per le opere più impegnative come la costruzione di cappelle private, altari personali o il restauro delle statue dei santi. In ogni caso veniva dato adeguato risalto ad ogni magnanimo gesto con tanto di iscrizione “a cura e spese” (quando si dice la signorilità!) della famiglia… del nobil uomo o della nobil donna…(i titoli non costavano niente e rendevano parecchio!) Trasformando di fatto l’azione, che doveva essere di anonima generosità (non sappia la mano destra quello che fa la sinistra…), in celebrazione nella casa di Dio della potenza di un casato. Infatti ancora si fa un gran parlare della cappella Carafa, o della cappella Pignatelli. Sono disposto a finanziare personalmente una seria ricerca storica tesa a quantificare le giornate di lavoro effettuate da ciascun componente di quelle nobili famiglie laonde guadagnare tanto di che pagare l’opera!
Un’altra forma di riconoscenza verso le munifiche famiglie era quella onorarne le cappelle domestiche facendovi sostare il Santo durante la processione in suo onore. La statua entrava nella chiesetta adiacente il palazzo e vi sostava il tempo di un breve preghiera (pagata pronta cassa con una generosa offerta in denaro). L’emissario di Dio che visita la casa del forte trascurando quella del debole! Una volta pero’ accadde un fatto strano: per un caso fortuito durante la processione di Sant’Antonio arrivò un forte temporale (forse mandato da un santo “fesso” e anche un pochino invidioso!). La processione fu  quindi sospesa e la statua del santo fu fatta riparare nella casa di un contadino del Trappeto, dove restò fino al giorno seguente, piantonata a vista dai Carabinieri (questi ultimi allora presenti in grande uniforme in ogni processione, non tanto per esigenze di ordine pubblico quanto, probabilmente, per rendere evidente lo stretto legame tra le due Istituzioni - Chiesa e Stato - le cui figure emblematiche, il parroco ed il maresciallo, non a caso sono state sempre universalmente riconosciute e rispettate da tutti). Quella inaspettata ospitalità fu vissuta dal contadino come una vera e propria grazia e un immenso onore di cui parlò per il resto dei suoi giorni.
Detti riguardi verso i forti, presentati sempre come opportuni e quasi dovuti per le tante opere meritorie da questi fatte, non hanno mai suscitato sdegno o riprovazione nel popolo che, anzi, quando ha potuto, ha chiesto lo stesso trattamento. Se qualcuno riusciva ad offrire qualcosa di duraturo alla parrocchia, come ad esempio un banco per l’aula liturgica, pretendeva di vedere il proprio nome impresso sul dono. Ricordo della discussione tra Don Adriano De Lillo, parroco della chiesa del Carmine, ed un parrocchiano che trovava piccola la targhetta col suo nome sul banco donato, per giunta messa in un posto poco visibile.
Questa diffusa mentalità porta a concludere che a Montecalvo si avesse un popolo di fedeli generalmente sacramentalizzato (tutti erano battezzati, comunicati, confessati, cresimati, sposati) ma assolutamente non evangelizzato. La pratica della catechesi per gli adulti non era molto diffusa e spesso si riduceva alla raccomandazione di non toccarsi e di non toccare il culo alle donne; la formazione religiosa si limitava alle poche nozioni imparate a memoria alla “dottrina” e a quelle approssimativamente tramandate dai genitori e dai nonni.
Questa superficiale conoscenza del messaggio evangelico o, peggio, la sua esegesi artatamente adattata, faceva da humus per il proliferare, soprattutto tra il popolino - ma non è detto che ne fosse  completamente immune la classe dirigente - di pratiche sincretiche tendenti a conciliare elementi religiosi a culture e dottrine diverse, i cui strascichi sono ancora riscontrabili nel comportamento religioso di anziani fedeli montecalvesi. Così, ad esempio, San Francesco e la SS Trinità comparivano nella formula apotropaica per togliere il malocchio: “fui, fui uocchi tristi ca ti socchita san Franciscu. San Franciscu av’arrivatu e quist’uocchi so salvati. ‘Nnomine Patri, Figliu e Spirituss’antu quisti uocchi nun passinu chiu’nnanti”; San Sebastiano era ritenuta una divinità permalosa e vendicativa, capace finanche di far guastare le conserve o gli insaccati se fatti nel giorno della settimana in cui quell’anno cadeva la sua memoria; a Sant’Antonio si prometteva la donazione dell’orecchio del maiale se l’avesse assistito e fatto ingrassare a dovere; al suono a festa delle campane il giorno di Pasqua si scuotevano gli alberi d’ulivo recitando la formula propiziatoria: “li campani a scapulà, l’aulive a caricà” per invocarne un abbondante raccolto. Oppure si recitava tale formula, opportunamente adattata, per implorare l’inizio della deambulazione dei bambini “li campani a scapulà, ninnu miu a camminà” .
Il “mavaro” nelle sue pratiche per “incantare” le malattie o per togliere le “fatture” teneva nelle proprie mani il Crocifisso e lo faceva tenere anche a chi a lui ricorreva. Tanto bastava a legittimare la pratica magica ed a riconoscerla pratica buona, rispettosa di Dio: quindi volta al bene.
Le stesse processioni dei santi si risolvevano in vere e proprie feste pagane con le gare  tra i fedeli ad aggiudicarsi all’asta il diritto a portare la statua, con offerte differenziate tra la parte anteriore e quella posteriore del baldacchino; lo scoppio di mortaretti a margine della celebrazione religiosa; il suono della banda musicale che accompagnava il corteo con allegre marcette; le gare ad appendere più soldi possibile ai nastri penduli dalle mani del santo (a Sant’Antonio anche tredici mille lire!) poi l’annuncio enfatico dall’altare dopo la messa del totale raccolto.
Poi l’apoteosi dello spettacolo in piazza: nani, saltimbanchi, ballerine sculettanti, luminarie, salsicce arrostite, fuochi d’artificio…
Purtroppo molte di queste cose sopravvivono in nome della tradizione. E altre se ne aggiungono per esigenze di marketing!
Ma vale veramente la pena mantenerle? E’ questo il modo di corrispondere al messaggio Cristiano?
Non è forse il tempo di prendere atto che il popolo dei fedeli è cambiato, cresciuto e che ha maturato uno spiccato senso critico anche verso queste discutibili manifestazioni? Che si cominci a lavorare un po’ alla vera sostanza delle cose?
Che ci si affranchi, finalmente, da tante schiavitù e si cominci ad onorare il messaggio Evangelico imparando a gustarne appieno la bellezza?
Che questo desiderio sia diffuso nel popolo ormai maturo e che aspetti solo di essere intercettato risulta evidente nel fermento che accompagna talune iniziative culturali a sfondo religioso che attraggono e coinvolgono con genuino entusiasmo non pochi giovani montecalvesi.
Cordialmente.
Firenze, 05 agosto 2006
 Mario CORCETTO
                                                                                                       (mariocorcetto@tiscali.it)
 

 

 

 


 

 


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