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SAN POMPILIO MARIA PIRROTTI
delle Scuole Pie Morte in santitàDal Capitolo provinciale del mese di maggio 1766 scaturì la nomina di un nuovo Rettore per la Comunità di Campi Salentina, mentre il padre Pompilio, il 19 maggio, fu nuovamente eletto Assistente provinciale, al fianco del suo dilettissimo padre Giovan Francesco De Nobili (1). Il padre Antonio Maria Albanese, prendendo possesso della Casa, nel giugno successivo, trovò una Comunità «in santa concordia», ricomposta « in lieta religiosa società » e con « ogni stima per l’Abito», senza più «mustacci di Prussiani istizziti cogli Austriaci», né «faccie orrende» (2). La fama di santità del padre Pompilio aumentava di giorno in giorno e si allargava ai paesi vicini, anche a causa di numerosi prodigi, come la quotidiana distribuzione, in quella spaventosa carestia, di inesauribili « fettoline di pane specialmente ai ragazzi, ed anche fave che cacciava dalle sue sacche». Né, per sovvenire ai bisognosi, il padre Pompilio si sottrasse all’esercizio della questua, con umiltà, signorilità e carità. Nonostante le ristrettezze della carestia, il padre Pompilio aveva provveduto a ridare decoro all’oratorio e alla chiesa, nella quale aveva fatto erigere il pio esercizio della Via Crucis, ricollegandosi a san Leonardo di Porto Maurizio (1676-1751), il missionario più celebre di quel secolo. Liberato dalla direzione della Casa, padre Pompilio accettò l’invito del Vescovo di Lecce di dirigere un corso di Esercizi spirituali nel Monastero di Santa Chiara, nel maggio 1766. Intanto si diffuse anche la voce di una possibile partenza del padre Pompilio da Campi e subito tutti «strepitano, temono» per la sgradita eventualità. Il padre Pompilio era sereno, se ne stava col « caro Dio», sempre disposto a camminare « secondo le divine condotte», preparato ad un viaggio ... verso l’eternità. «Venne per lui quel benedetto giorno. Desideratissimo. Ne ebbe il presentimento e fu felice di essere ormai al termine della corsa ... » (3). Una febbre continua lo accompagnava e le numerose lettere che gli giunsero rimasero inevase nella sua cella. Le ultime forze furono impiegate nella celebrazione della messa e nel confessionale. « La visione del cielo è particolarmente presente in questi giorni. Da circa due anni, anche il fratello, canonico Carlo, è lassù e insieme ai genitori lo attende ... E presente agli atti di comunità. Pur non assaggiando cibo né a pranzo, né a cena partecipa alla mensa comune e, secondo il turno, fa la lettura ... » (4). Domenica 13 luglio, celebrò ancora la santa messa e predicò al popolo, quindi « si pose a sedere al suo confessionale», dal quale fu tratto in atto di svenimento e, su ordine del Padre Rettore, che intervenne «in nome di santa obbedienza», fu trasportato nella sua stanzetta. Non volle sdraiarsi sul pagliericcio, ma, in spirito di estrema penitenza, chiese di essere adagiato su una sedia (5). «Il lunedì [14 luglio], con grande sforzo, padre Pirrotti volle scendere in chiesa e ricevette la santa Comunione, poi aiutato a tornare in cella si sedette in attesa di sorella morte. Sulla scranna, offerta per lui, reliquia benedetta e testimone del pio transito, gli fu amministrato il Viatico nel pomeriggio dello stesso giorno; al mattino del 15 una lunga teoria di confratelli e di sacerdoti accompagnarono il Padre Rettore che gli portava l’Eucarestia e assistettero, nel primo pomeriggio, all’Unzione dell’infermo. In chiesa si pregava senza posa; una gran folla attendeva, ansiosamente, di minuto in minuto lo svolgersi delle ore estreme; le lacrime segnavano il volto di tutti. Al tramonto del sole [martedì 15 luglio 1766, primi vespri della festa della Madonna del Carmine], una nuova stella si accese nel cielo della Chiesa cattolica: tutti gridavano che era morto un santo. Rivestita degli abiti sacerdotali, la spoglia benedetta, dalla cella, fu trasferita in un ampio spazio della Casa per dare possibilità a tutti di porgere l’ultimo saluto. Padre Pompilio Maria sembrava dormine ... Tutti volevano delle reliquie. Il confessionale restò rovinato. Fedeli più arditi invece si introdussero di soppiatto nella cella del Padre appropriandosi di ciò che era possibile asportare (6). Per non creare ulteriori complicazioni ed affollamento fu determinato di inumare il cadavere di notte, all’insaputa di tutti. In una parete della cappella di Sant’Antonio, chiusa in una cassa ben suggellata fu posta la salma. A voce di popolo, fu dichiarato santo» (7). (1) E Gio. Francesco De Nobili di 5. Michele (Monte S. Angelo, 28.01.1713 - Napoli, 30.11.1774): religioso di vaglia; provinciale; procuratore generale che molto si adoperò per la Causa di Canonizzazione di san Giuseppe Calasanzio; assistente generale e vescovo di Larino (Campobasso). In lui padre Pompilio trovò attenzione, comprensione e benevolenza. (2) 0. TOSTI, o.c., pag. 495 (3) Carlo Celso CALZOLAI, Un Apostolo nel ‘700, Firenze, 1984, p. 166. (4) Ivi, p. 167 ss. (5) Tenne tra le mani la «Protesta della morte», che aveva scritta per proprio uso. (Il testo è in terza appendice). (6) Durante le solenni esequie, l’orazione funebre fu tenuta dal padre Angelo Domenico Della Corte di San Giuseppe, maestro dei novizi. (7) CC. CALZOLAI, o.c., pag. 171.
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