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Il Comitato
Centrale d’Ordine di Napoli, per il coordinamento insurrezionale e dei
Comitati periferici si avvaleva dell’opera di tre Irpini: il
Marchese Rodolfo D’Afflitto di Ariano, Antonio Ciccone da
Savignano e Antonio Miele da Andretta.
Fu proprio il
Marchese D’Afflitto a proporre il Governo Provvisorio Irpino nella sua
città natale di Ariano. Ariano divenne così il centro del Movimento
Insurrezionale Irpino e Sannita anche perché il Re Borbone, tra
Salerno, Avellino e Benevento, aveva dislocato oltre 30000 armati per
eventuali sommosse nei due principati: il Citeriore e l’Ulteriore.
Ariano il 25 agosto 1860 era già nota come località proposta per il
concentramento delle forze insurrezionali e il Generale Vincenzo
Carbonelli fu inviato emissario di fiducia, da Garibaldi, ad
Avellino da ove il primo importante appuntamento fu con Ariano ove si
recò il 30 di agosto. Il Carbonelli diede subito disposizione che ivi
si concentrasse molta forza liberale e che gl’insorti di Foggia, del
Molise, del Beneventano e di Terra di Lavoro vi si recassero per il 4
settembre.
Il 3 settembre il
Carbonelli e Rocco Brienza, del Comitato Lucano, si portarono
nuovamente ad Ariano e vi giunsero di buon mattino, tanto che il
Brienza scrisse subito un proclama ai Fratelli Irpini che fece
stampare nello stesso giorno e affiggere in serata nel centro e nelle
campagne Arianesi e dei paesi circonvicini, ma i manifesti furono
tutti strappati durante la notte dai reazionari borbonici. Il
Carbonelli a sua volta scriveva, pure nella stessa mattinata del 3
settembre, agli amici del Comitato di Azione di Napoli: "Carissimi
amici, … Già in Ariano sono raccolte più di 600 persone. Questa
mattina si aspetta De Marco con altri 1000 uomini circa. Altri 1000 in
piccoli contingenti arriveranno nella giornata di domani. Dopo domani
arriveranno quelli del Molise e forse quelli di Piedimonte; in una
parola pel giorno 7 conto dare battaglia al Generale Flores, che si
avanza da Bari ed è già a Cerignola. Il Flores ha un reggimento di
linea, 2 squadroni di cavalleria, un 600 gendarmi e mezza batteria; in
tutto oltre 2000 uomini".
Il Generale
Carbonelli evidentemente non era al corrente che a Cerignola il
Generale Flores si era incontrato con il Generale Buonanno e che,
pertanto, le forze riunite assommavano a ben 6000 armati. Le 600
persone che menziona il Carbonelli erano: parte giunti da Avellino la
sera del 3 sett. con il Magg. Generale De Conciliis e parte
Santangiolesi, con in testa la banda musicale di Taurasi, circa
300 guidati da Camillo Miele. Dopo due giorni di estenuante
marcia i "militi della libertà" di Miele arrivarono all’alba
del 4 sett. nello spiazzo del Palazzo Vescovile ove sdraiandosi
cercarono di trovare un poco di sollievo. Intanto, sin dal primo
mattino, le campane del centro e delle borgate suonavano a distesa,
chiamando a raccolta cittadini e villici asserviti ai notabili del
paese rimasti fedeli alla monarchia Borbonica. Da ogni dove i
reazionari a frotte affollavano frettolosamente le vie e le piazze
della cittadina al grido di: Viva Francesco II, morte ai forestieri!,
mentre il bandito Bartolomeo lo Conte meglio conosciuto come "Meo
Scarnecchia" (uomo feroce e robusto), adunava e inquadrava i
villici armati delle contrade prossime. L’atteggiamento provocatorio e
minaccioso delle migliaia di monarchici, favorirono lo sbandamento
delle poche centinaia di patrioti che trovarono rifugio nella vallata.
Solo un centinaio d'insorti liberali rimasero a disposizione del
Carbonelli che miracolosamente rimase illeso da una fucilata
sparatagli da una finestra.
I patrioti che
avevano trovato rifugio nella valle si riorganizzarono e la colonna
dei Santangiolesi guidata dal Miele ritenne più saggio marciare su
Grottaminarda. La colonna, ignorando la tragica imboscata, si
trovò presto alla mercé dei contadini filoborbonici armati che,
nascosti tra le siepi e gli arbusti, miravano all’uomo e il comandante
Miele esortò i suoi ad allungare il passo senza accettare il
combattimento. Poca strada fecero che si accorsero di essere
circondati da ogni parte, fu giocoforza fermarsi, prendere posizione e
battersi da leoni.
La lotta fu impari:
meno di trecento patrioti allo scoperto contro circa 4000 reazionari
in agguato guidati da Meo Scarnecchia. La lotta fu impari ma non
altrettanto il risultato delle armi che fu favorevole ai militi della
libertà.
Calata la sera il
combattimento cessò, ma i padroni del campo restarono i villani a
compiere oltraggio verso i patrioti caduti: derubandoli, denudandoli e
anche decapitandoli prima di seppellirli per minimizzare la strage. Al
mattino sul terreno si contavano ancora 33 patrioti caduti contro gli
80 reazionari e numerosi furono i feriti da ambo le parti.
Il Magg. Giuseppe
De Marco comandante i Cacciatori Irpini, che si trovava ancora nel
Beneventano, alla notizia della sanguinosa strage, rimase indignato e
promise vendetta.
Il sorgere del sole
del 5 sett. fu accolto nuovamente dal suono a distesa dai campanili di
tutte le chiese del centro di Ariano e delle campagne alle quali
facevano eco gli squilli dei paesi vicini e alle campane a martello si
univano i villici che frastornavano l’aria con campanacci e "tofe"
rudimentali di corna di bue, al grido di: Viva Francesco II, morte a
Garibaldi!
L’8 sett. Il
Generale Carbonelli fu nominato, dal Governo Provvisorio Arianese,
Comandante Generale delle. forze insurrezionali.
Il giorno 9 le
forze superstiti garibaldine si mossero da Ariano per incontrarsi ad
Apice con i Cacciatori Irpini del Magg. Giuseppe De Marco da Paupisi e
con la Legione del Matese di Giuseppe De Blasiis, le quali forti di
1400 uomini bene armati se non avessero indugiato nella liberazione di
Benevento, stato della chiesa, che non offrì alcuna resistenza da
parte dei papalini, i gravissimi fatti di Ariano del 4 sett., forse,
non si sarebbero verificati.
Nei giorni 6 e 7
Settembre Ariano era ancora nelle mani dei reazionari e l’entrata in
città delle truppe Borboniche dei Generali Flores e Buonanno fu
accolta festosamente dai rivoltosi che credevano di aver
definitivamente vinta la partita. Alla notizia dell’ingresso in Ariano
delle truppe borboniche, le milizie rivoluzionarie dei Cacciatori
Irpini, con in testa la fanfara del battaglione, guidate dal De Marco
l’8 settembre si mossero da Apice a marce forzate verso il territorio
Arianese.
Il Generale Flores
il dì 9 settembre si era recato ad ispezionare la rete stradale tra
Grottaminarda, Mirabella Eclano e Montemiletto con a seguito Ufficiali
dello stato maggiore e un reparto armato di scorta. In avvicinamento
ad Ariano il Magg. De Marco ebbe notizia di questa sortita del Flores
e, con sorpresa, attaccò la scorta che fu sopraffatta dai Cacciatori
Irpini e il Generale Flores, con tutto il seguito, fu fatto
prigioniero sulla rotabile tra Pietradefusi e Campanariello [attuale
Venticano]. Cattura che favorì lo sbandamento della colonna borbonica
e la più sicura tenuta di Napoli da parte di Garibaldi e più agevoli
manovre per le successive battaglie.
Il 10 alla notizia
dell’arresto del Generale, la colonna Flores di stanza in Ariano si
dissolse con un totale sbandamento dei soldati che abbandonarono in
loco un ingente bottino di armi, munizioni, casermaggio, vestiario, …
che divenne preda della popolazione.
Il giorno 13 sett.
il Magg. Giuseppe De Marco entra, con i suoi Cacciatori Irpini e la
fanfara, in Ariano tra lo scontento del popolo e lo scompiglio creato
dalla diserzione delle truppe borboniche.
Il 14 giunsero in
Ariano le legioni del Matese e del Molise a dare man forte al De Marco
che aveva trovato una gravissima situazione di disordine e reazione.
Fu eseguito un primo setacciamento delle campagne con arresti e
sequestro di armi e materiale di provenienza bellica, ma si rinvennero
pure indumenti dei liberali massacrati dai reazionari borbonici e
cadaveri sepolti sotto un sottile strato di terreno. Nello stesso
giorno mentre nella cattedrale si cantava il Tedeum, il Generale
Carbonelli, Comandante Generale della forze insurrezionali, conferiva
al Magg. De Marco tutti i poteri militari e civili su Ariano e
l’intero circondario ove maggiori erano le ostilità e la presenza di
gruppi reazionari bene armati.
Il De Marco
ristabilì subito la calma nel centro cittadino con perlustrazioni
permanenti diurne e notturne e l’impiego di due compagnie di
Cacciatori suddivise in tre reparti di 80 uomini con fucili pronti
allo sparo e baionette in canna. I reazionari non accettavano di buon
grado le misure repressive del De Marco: la vigilanza rafforzata e
l’epurazione in tutto il circondario delle autorità sospette e non
affidabili. Ordinò il disarmo di tutti i cittadini con la consegna dì
ogni tipo di arma da fuoco e da taglio e intensificò gli arresti dei
responsabili del sanguinoso scontro del 4 sett. e del successivo
vandalismo esercitato sui feriti e sui cadaveri dei Patrioti Liberali.
Tra gli arrestati
non mancarono prelati ancora fedeli alla monarchia Borbonica e tra i
più illustri: il Canonico Forte, il francescano Ciardulli
e i sacerdoti Giuseppe Santosuosso e Nicola Vernacchia.
Il De Marco riordinò la Guardia Nazionale, che dalla sua istituzione
non aveva mai funzionato e ne affidò il comando al patriota Magg.
Giuseppe Vitali. Alla Guardia Nazionale affiancò una compagnia
movibile di 150 militi al comando del Capitano Raffaele Verdura
di Fragneto. Il comportamento vigoroso, sennato ed efficace del De
Marco aveva domato, senza spargimento di sangue, i malintenzionati
sempre pronti per organizzare nuove sommosse e per la qual cosa fu
costretto a proclamare lo stato d’assedio e il coprifuoco in tutto il
circondario.
In seguito alla
pressante protesta dei cittadini che si lamentavano per la eccessiva
severità dei provvedimenti, il De Marco il 21 sett. tolse lo stato
d’assedio e il 26, sicuro di aver ristabilito l’ordine in Ariano e
dintorni, partì per compiere analoga opera di repressione a Mirabella
Eclano il 27 sett. e a Pietradefusi il 28.
Fu così che,
riportata la calma tra quella gente che arditamente si era battuta,
con molto spargimento di sangue, per la causa di fedeltà al Regno
delle due Sicilie e dopo avere assicurato alla Gran Corte del
Principato Ultra i malfattori e i responsabili di delitti, il De Marco
e il Generale Carbonelli il 29 sett., lasciano nella pace la città di
Ariano e l’Arianese per trasferirsi al Volturno, sui luoghi di
combattimento agli ordini diretti del Dittatore Garibaldi.
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