I FATTI DI ARIANO DEL SETTEMBRE 1860
 

di: Nicolino POLCINO - da: "Sprazzi Poetici - Poesie Discorsi Personaggi" - Paupisi, 1998

 

Il Comitato Centrale d’Ordine di Napoli, per il coordinamento insurrezionale e dei Comitati periferici si avvaleva dell’opera di tre Irpini: il Marchese Rodolfo D’Afflitto di Ariano, Antonio Ciccone da Savignano e Antonio Miele da Andretta.

Fu proprio il Marchese D’Afflitto a proporre il Governo Provvisorio Irpino nella sua città natale di Ariano. Ariano divenne così il centro del Movimento Insurrezionale Irpino e Sannita anche perché il Re Borbone, tra Salerno, Avellino e Benevento, aveva dislocato oltre 30000 armati per eventuali sommosse nei due principati: il Citeriore e l’Ulteriore. Ariano il 25 agosto 1860 era già nota come località proposta per il concentramento delle forze insurrezionali e il Generale Vincenzo Carbonelli fu inviato emissario di fiducia, da Garibaldi, ad Avellino da ove il primo importante appuntamento fu con Ariano ove si recò il 30 di agosto. Il Carbonelli diede subito disposizione che ivi si concentrasse molta forza liberale e che gl’insorti di Foggia, del Molise, del Beneventano e di Terra di Lavoro vi si recassero per il 4 settembre.

Il 3 settembre il Carbonelli e Rocco Brienza, del Comitato Lucano, si portarono nuovamente ad Ariano e vi giunsero di buon mattino, tanto che il Brienza scrisse subito un proclama ai Fratelli Irpini che fece stampare nello stesso giorno e affiggere in serata nel centro e nelle campagne Arianesi e dei paesi circonvicini, ma i manifesti furono tutti strappati durante la notte dai reazionari borbonici. Il Carbonelli a sua volta scriveva, pure nella stessa mattinata del 3 settembre, agli amici del Comitato di Azione di Napoli: "Carissimi amici, … Già in Ariano sono raccolte più di 600 persone. Questa mattina si aspetta De Marco con altri 1000 uomini circa. Altri 1000 in piccoli contingenti arriveranno nella giornata di domani. Dopo domani arriveranno quelli del Molise e forse quelli di Piedimonte; in una parola pel giorno 7 conto dare battaglia al Generale Flores, che si avanza da Bari ed è già a Cerignola. Il Flores ha un reggimento di linea, 2 squadroni di cavalleria, un 600 gendarmi e mezza batteria; in tutto oltre 2000 uomini".

Il Generale Carbonelli evidentemente non era al corrente che a Cerignola il Generale Flores si era incontrato con il Generale Buonanno e che, pertanto, le forze riunite assommavano a ben 6000 armati. Le 600 persone che menziona il Carbonelli erano: parte giunti da Avellino la sera del 3 sett. con il Magg. Generale De Conciliis e parte Santangiolesi, con in testa la banda musicale di Taurasi, circa 300 guidati da Camillo Miele. Dopo due giorni di estenuante marcia i "militi della libertà" di Miele arrivarono all’alba del 4 sett. nello spiazzo del Palazzo Vescovile ove sdraiandosi cercarono di trovare un poco di sollievo. Intanto, sin dal primo mattino, le campane del centro e delle borgate suonavano a distesa, chiamando a raccolta cittadini e villici asserviti ai notabili del paese rimasti fedeli alla monarchia Borbonica. Da ogni dove i reazionari a frotte affollavano frettolosamente le vie e le piazze della cittadina al grido di: Viva Francesco II, morte ai forestieri!, mentre il bandito Bartolomeo lo Conte meglio conosciuto come "Meo Scarnecchia" (uomo feroce e robusto), adunava e inquadrava i villici armati delle contrade prossime. L’atteggiamento provocatorio e minaccioso delle migliaia di monarchici, favorirono lo sbandamento delle poche centinaia di patrioti che trovarono rifugio nella vallata. Solo un centinaio d'insorti liberali rimasero a disposizione del Carbonelli che miracolosamente rimase illeso da una fucilata sparatagli da una finestra.

I patrioti che avevano trovato rifugio nella valle si riorganizzarono e la colonna dei Santangiolesi guidata dal Miele ritenne più saggio marciare su Grottaminarda. La colonna, ignorando la tragica imboscata, si trovò presto alla mercé dei contadini filoborbonici armati che, nascosti tra le siepi e gli arbusti, miravano all’uomo e il comandante Miele esortò i suoi ad allungare il passo senza accettare il combattimento. Poca strada fecero che si accorsero di essere circondati da ogni parte, fu giocoforza fermarsi, prendere posizione e battersi da leoni.

La lotta fu impari: meno di trecento patrioti allo scoperto contro circa 4000 reazionari in agguato guidati da Meo Scarnecchia. La lotta fu impari ma non altrettanto il risultato delle armi che fu favorevole ai militi della libertà.

Calata la sera il combattimento cessò, ma i padroni del campo restarono i villani a compiere oltraggio verso i patrioti caduti: derubandoli, denudandoli e anche decapitandoli prima di seppellirli per minimizzare la strage. Al mattino sul terreno si contavano ancora 33 patrioti caduti contro gli 80 reazionari e numerosi furono i feriti da ambo le parti.

Il Magg. Giuseppe De Marco comandante i Cacciatori Irpini, che si trovava ancora nel Beneventano, alla notizia della sanguinosa strage, rimase indignato e promise vendetta.

Il sorgere del sole del 5 sett. fu accolto nuovamente dal suono a distesa dai campanili di tutte le chiese del centro di Ariano e delle campagne alle quali facevano eco gli squilli dei paesi vicini e alle campane a martello si univano i villici che frastornavano l’aria con campanacci e "tofe" rudimentali di corna di bue, al grido di: Viva Francesco II, morte a Garibaldi!

L’8 sett. Il Generale Carbonelli fu nominato, dal Governo Provvisorio Arianese, Comandante Generale delle. forze insurrezionali.

Il giorno 9 le forze superstiti garibaldine si mossero da Ariano per incontrarsi ad Apice con i Cacciatori Irpini del Magg. Giuseppe De Marco da Paupisi e con la Legione del Matese di Giuseppe De Blasiis, le quali forti di 1400 uomini bene armati se non avessero indugiato nella liberazione di Benevento, stato della chiesa, che non offrì alcuna resistenza da parte dei papalini, i gravissimi fatti di Ariano del 4 sett., forse, non si sarebbero verificati.

Nei giorni 6 e 7 Settembre Ariano era ancora nelle mani dei reazionari e l’entrata in città delle truppe Borboniche dei Generali Flores e Buonanno fu accolta festosamente dai rivoltosi che credevano di aver definitivamente vinta la partita. Alla notizia dell’ingresso in Ariano delle truppe borboniche, le milizie rivoluzionarie dei Cacciatori Irpini, con in testa la fanfara del battaglione, guidate dal De Marco l’8 settembre si mossero da Apice a marce forzate verso il territorio Arianese.

Il Generale Flores il dì 9 settembre si era recato ad ispezionare la rete stradale tra Grottaminarda, Mirabella Eclano e Montemiletto con a seguito Ufficiali dello stato maggiore e un reparto armato di scorta. In avvicinamento ad Ariano il Magg. De Marco ebbe notizia di questa sortita del Flores e, con sorpresa, attaccò la scorta che fu sopraffatta dai Cacciatori Irpini e il Generale Flores, con tutto il seguito, fu fatto prigioniero sulla rotabile tra Pietradefusi e Campanariello [attuale Venticano]. Cattura che favorì lo sbandamento della colonna borbonica e la più sicura tenuta di Napoli da parte di Garibaldi e più agevoli manovre per le successive battaglie.

Il 10 alla notizia dell’arresto del Generale, la colonna Flores di stanza in Ariano si dissolse con un totale sbandamento dei soldati che abbandonarono in loco un ingente bottino di armi, munizioni, casermaggio, vestiario, … che divenne preda della popolazione.

Il giorno 13 sett. il Magg. Giuseppe De Marco entra, con i suoi Cacciatori Irpini e la fanfara, in Ariano tra lo scontento del popolo e lo scompiglio creato dalla diserzione delle truppe borboniche.

Il 14 giunsero in Ariano le legioni del Matese e del Molise a dare man forte al De Marco che aveva trovato una gravissima situazione di disordine e reazione. Fu eseguito un primo setacciamento delle campagne con arresti e sequestro di armi e materiale di provenienza bellica, ma si rinvennero pure indumenti dei liberali massacrati dai reazionari borbonici e cadaveri sepolti sotto un sottile strato di terreno. Nello stesso giorno mentre nella cattedrale si cantava il Tedeum, il Generale Carbonelli, Comandante Generale della forze insurrezionali, conferiva al Magg. De Marco tutti i poteri militari e civili su Ariano e l’intero circondario ove maggiori erano le ostilità e la presenza di gruppi reazionari bene armati.

Il De Marco ristabilì subito la calma nel centro cittadino con perlustrazioni permanenti diurne e notturne e l’impiego di due compagnie di Cacciatori suddivise in tre reparti di 80 uomini con fucili pronti allo sparo e baionette in canna. I reazionari non accettavano di buon grado le misure repressive del De Marco: la vigilanza rafforzata e l’epurazione in tutto il circondario delle autorità sospette e non affidabili. Ordinò il disarmo di tutti i cittadini con la consegna dì ogni tipo di arma da fuoco e da taglio e intensificò gli arresti dei responsabili del sanguinoso scontro del 4 sett. e del successivo vandalismo esercitato sui feriti e sui cadaveri dei Patrioti Liberali.

Tra gli arrestati non mancarono prelati ancora fedeli alla monarchia Borbonica e tra i più illustri: il Canonico Forte, il francescano Ciardulli e i sacerdoti Giuseppe Santosuosso e Nicola Vernacchia. Il De Marco riordinò la Guardia Nazionale, che dalla sua istituzione non aveva mai funzionato e ne affidò il comando al patriota Magg. Giuseppe Vitali. Alla Guardia Nazionale affiancò una compagnia movibile di 150 militi al comando del Capitano Raffaele Verdura di Fragneto. Il comportamento vigoroso, sennato ed efficace del De Marco aveva domato, senza spargimento di sangue, i malintenzionati sempre pronti per organizzare nuove sommosse e per la qual cosa fu costretto a proclamare lo stato d’assedio e il coprifuoco in tutto il circondario.

In seguito alla pressante protesta dei cittadini che si lamentavano per la eccessiva severità dei provvedimenti, il De Marco il 21 sett. tolse lo stato d’assedio e il 26, sicuro di aver ristabilito l’ordine in Ariano e dintorni, partì per compiere analoga opera di repressione a Mirabella Eclano il 27 sett. e a Pietradefusi il 28.

Fu così che, riportata la calma tra quella gente che arditamente si era battuta, con molto spargimento di sangue, per la causa di fedeltà al Regno delle due Sicilie e dopo avere assicurato alla Gran Corte del Principato Ultra i malfattori e i responsabili di delitti, il De Marco e il Generale Carbonelli il 29 sett., lasciano nella pace la città di Ariano e l’Arianese per trasferirsi al Volturno, sui luoghi di combattimento agli ordini diretti del Dittatore Garibaldi.

 

             

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